Al Ministro dell’Interno, Pref. Luciana Lamorgese: “Signora Ministra, stiamo seguendo con un misto di perplessità e preoccupazione lo svolgersi degli incontri tra Governo e rappresentanti della maggioranza parlamentare aventi a tema le modifiche da apportare ai c.d. Decreti Sicurezza approvati dal precedente esecutivo.
Per quanto ci è dato sapere si sta animando una vivace dialettica tra quanti intendono riscrivere integralmente i punti più controversi dei richiamati testi normativi, e chi propende invece per un lavoro di revisione che si muova nel solco dei rilievi fatti pervenire dagli uffici legislativi della Presidenza della Repubblica. Sarebbe a nostro avviso auspicabile un dibattito spurio da contrapposizioni di natura ideologica, soprattutto se lo stesso è alimentato dalle contrapposizioni in materia di immigrazione, perché quel che serve al Paese in questo momento non sono prove muscolari per l’affermazione di sterili principi di parte, ma un approccio concreto ai temi che maggiormente possono contribuire ad aumentare la sicurezza dei cittadini, e la percezione che gli stessi ne hanno, superando le inedite criticità di questa tormentata congiuntura.
Non è nostra intenzione prendere parte al tutt’altro che entusiasmante scontro tra le diverse opzioni sulla gestione dei fenomeni migratori, appunto perché, per quanto dianzi abbiamo detto, gli approcci delle parti in causa ci paiono condizionati da logiche lontane dalla ricerca della soluzione che, per operatività e possibilità di applicazione, possa essere quella più aderente alle necessità che l’attuale realtà richiede.
Ci preoccupiamo perche in tale disputa finisca per prevalere la posizione di chi, per segnare una netta discontinuità con il recente passato in tema di gestione dell’immigrazione, opti, di fatto, per rivedere integralmente l’impianto dei decreti travolgendo anche quegli istituti di tutela degli operatori delle forze di polizia che, a nostro avviso, meriterebbero semmai, anche alla luce dei recentissimi fatti di cronaca inerenti le aggressioni al personale in uniforme, di essere ulteriormente rafforzati.
Ciò che più preoccupa segnatamente è la possibilità che, abrogando la specifica previsione sancita nel c.d. Decreto Sicurezza Bis, si vada a reintrodurre l’applicazione dell’esimente della tenue entità al reato di oltraggio a Pubblico Ufficiale. Ipotesi evidentemente non campata in aria, atteso che a darne conto sono plurimi riscontri degli organi di stampa che sinora non sono mai stati smentiti.
Una misura che, ove effettivamente adottata, apporterebbe una insanabile ferita morale e una devastante demotivazione a quanti, quotidianamente, sono costretti a subire gli effetti della certezza di impunità che assiste il crescente numero di aggressori (secondo un rapporto inerente il 2019 le aggressioni fisiche agli appartenenti alle Forze di polizia e alle Polizie locali sono state circa 2680, con un trend in crescita rispetto all’anno precedente pari a circa l’1,7%, il che significa più di 7 aggressioni al giorno, 1 ogni tre ore e mezzo) che, peraltro, negli ultimi tempi vede crescere le proprie fila anche di giovani che sinora sembravano estranei a simili comportamenti.
Parliamo beninteso non solo delle donne e degli uomini delle Forze di Polizia, ma anche di tutti gli operatori delle c.d. helping professions che, mentre svolgono le loro attività, nei fatti rappresentano la punta più avanzata dello Stato nei rapporti con i cittadini. Ed è proprio questo ruolo di rappresentanza che, spesso è alla base delle aggressioni subite in quanto l’ira manifestata dagli aggressori, quando non si tratta di chi delinque per scelta, è palesemente rivolta verso il “sistema” anche se si scarica su chi in qualche modo lo rappresenta.
Saremmo insomma a doverci confrontare, anche per le non sempre condivisibili interpretazioni giudiziali circa la valutazione della soglia di tenuità, con un messaggio devastante che demolirebbe un presidio di dissuasione che andrebbe sì rimodulato, ma nel senso di rendere maggiormente afflittive le conseguenze per chi, aggredendo operatori che agiscono al servizio, a difesa e a garanzia delle Istituzioni, finisce di fatto per metterne in discussione la loro credibilità, innescando il falso convincimento che lo Stato non è in grado di difendersi.
Il tutto, ovviamente, a decremento della sicurezza collettiva e dei singoli cittadini, in particolare quelli delle c.d. “fasce deboli”, poiché siffatta situazione veicolerebbe un’incapacità, quantomeno percepita, dello Stato di garantirli. Situazioni già affrontate nel passato in relazione alle violenze inaudite perpetrate in danno di operatori economici, e anche di singoli cittadini, ad opera di malviventi, che nel delinquere hanno dato sfogo ad inutili violenze (rapine ai farmacisti o benzinai), o di giovani appartenenti a “gang”, organizzate sui modelli di quelle di oltre oceano e composte in prevalenza da immigrati che, così facendo, alimentano, ancora di più, da un lato il sospetto e l’avversione verso la diversità etnica, e dall’altro chi di questi sospetti ne fa mezzo di propaganda per le competizioni partitiche e politiche.
L’impressione, insomma, è che il decisore politico tenda a non comprendere bene come le migliaia di casi in cui le forze dell’ordine, gli insegnanti, il personale delle imprese di trasporto pubblico, il personale sanitario e quant’altri subiscono atti di violenza gratuita non discenda solamente dalle stereotipate antipatie per tali categorie di lavoratori che animano i noti professionisti dei disordini di piazza, ma anche dalla preoccupante perdita di autorevolezza delle Istituzioni e dall’incapacità del Legislatore di dare pronte ed effettive risposte ai bisogni degli operatori e della stessa collettività. Che non pretendono pene esemplari, semmai solo la certezza e l’immediatezza del principio che chi vìola le regole paghi il suo debito con la società.
E una di queste mancate risposte per gli operatori della sicurezza, è giusto l’occasione per ricordalo, riguarda il rimborso delle spese mediche e riabilitative che ancora non vengono riconosciute ai Poliziotti che subiscono infortuni in servizio, e che non di rado si vedono anche addebitare il costo dei ticket per l’accesso al pronto soccorso nei casi in cui le cure prestate vengano valutate come non urgenti. Una situazione che sempre più sembra aggiungere il danno alla beffa. Vale la pena di segnalare che la problematica delle spese mediche era stata puntualmente esposta dal SIULP nel corso dell’audizione alla Camera dei Deputati dello scorso 4 luglio, allorquando, per l’appunto, oggetto della discussione era l’approvazione del secondo dei decreti sicurezza di cui siamo oggi ad occuparci.
Intervento che aveva portato alcuni componenti della coeva minoranza, e che oggi sostengono il Governo in carica, alla presentazione di uno specifico emendamento per riconoscere, finalmente, un principio di civiltà giuridica sino ad oggi incomprensibilmente negato. E nei medesimi termini, come Lei ben ricorderà avendo presenziato all’incontro, avevamo registrato un preciso impegno anche da parte del Presidente del Consiglio che, nel corso della presentazione della legge di bilancio alle rappresentanze sindacali della Polizia di Stato dello scorso 23 ottobre, aveva assicurato il suo interessamento, rinviando la trattazione di questo argomento, e del non meno spinoso tema del rimborso delle spese legali, ad un istituendo tavolo di lavoro che sarebbe stato creato ad hoc.
Siamo consapevoli che l’emergenza sanitaria ha costretto ad una modifica dell’agenda dei lavori parlamentari e governativi, ma ci pare di poter dire che se si trova il tempo di rimettere in discussione l’assetto di norme che non sembrano richiedere prioritarie revisioni, e che semmai richiedono di veder ulteriormente rafforzato l’attuale impianto degli interessi tutelati, ci siano sicuramente i margini per poter introdurre nel ragionamento anche questioni che vadano finalmente a sanare gli ingiustificabili ritardi che continuano a comprimere irragionevolmente la dignità morale, motivazionale e retributiva dei poliziotti. E crediamo che tutto questo si debba fare, come costume che da sempre accompagna il SIULP in ogni sua iniziativa di confronto sino a quando sussistono margini per costituire un tavolo su cui risolvere le questioni, in modo costruttivo e senza clamore. Almeno sino a quando non si dovesse registrare una netta e incontrovertibile chiusura della compagine governativa. Ed è proprio in forza di tale principio Signora Ministra che siamo a richiedere il Suo autorevole intervento.
Conosciamo la Sua sensibilità e l’impegno che quotidianamente profonde per elevare sempre più l’efficienza, l’efficacia e la credibilità della nostra Istituzione e dei livelli di sicurezza e libertà nel nostro paese. Così come conosciamo la Sua capacità di comprendere velocemente la delicatezza e la fondatezza delle problematiche rappresentate, nonché l’urgenza di trovarvi una risoluzione che aumenti l’autorevolezza dell’azione dello Stato ma anche la serenità di chi lo serve e lo rappresenta. Per tali ragioni, restando a disposizione per ogni ulteriore ed eventuale chiarimento che dovesse necessitarLe, siamo a richiederle un incontro specifico nel corso del quale meglio argomentare e rafforzare le richieste contenute nella presente, nonché le ricadute negative che vi sarebbero qualora ci dovessimo trovare di fronte ad una soluzione diversa da quella auspicata dalle migliaia di donne e uomini che il SIULP rappresenta.
Certi della Sua consueta e cortese attenzione, si inviano cordialissimi saluti. Con sensi di elevata e rinnovata stima.”
Roma, 23 giugno 2020 La Segreteria Nazionale












