Sputare sugli operatori della Forze di Polizia non è reato... apprendiamo che, grazie ad una singolare interpretazione processuale tanto tollerante quanto pericolosa, giovani antagonisti possono diversamente oltraggiare quasi fossero dei moderni lama i rappresentanti dello Stato incoraggiati da quel senso di impunità che sentenze come questa possono ingenerare.
Si è, dunque, concluso con l’assoluzione il processo a carico del ragazzo antagonista denunciato per oltraggio a pubblico ufficiale nel 2016, per aver sputato contro un agente di polizia.
La vicenda è stata oggetto di vari commenti sulla rete e sugli organi di stampa, ma in verità, al di là della considerazione della simbolicità del comportamento oggetto del processo ci sembra che nessuno si sia spinto oltre la semplice indignazione per la mancata condanna del suo autore. Invece, imponeva una seria riflessione sulla diffusione sociale dei fenomeni di bullismo e delle aggressioni in danno di insegnanti, autisti di mezzi pubblici, tassisti, esercenti professioni sanitarie, insegnanti, pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio.
Abbiamo ritenuto, perciò, di non limitarci alla solita, sterile e, a volte persino autocommiserativa, denuncia, ma di rispondere all’allarme sociale provocato dalle aggressioni che subiscono gli operatori delle forze dell’ordine e gli addetti a determinate professioni sociali (cosiddette helping profession), con proposte concrete, capaci di coniugare la necessità di tutelare l’autorevolezza e la credibilità delle Istituzioni con l’esigenza di sanzionare i comportamenti antisociali che minano la convivenza civile e mettono in discussione le Istituzioni.
Abbiamo scritto al Ministro dell’Interno una lettera dal tono istituzionale, con delle proposte precise e delle richieste molto concrete, atte a migliorare la situazione degli operatori di Polizia e la sicurezza dei nostri concittadini. Abbiamo inteso così avanzare alcune proposte che secondo noi produrrebbero effetti concreti, in termini di vantaggio sociale, sotto il profilo del recupero dei soggetti devianti, della riparazione alle vittime, della diminuzione delle recidive, con un incremento della percezione di sicurezza reale.
Ecco il testo della lettera, inviata ieri sera al ministro:
Signor Ministro, alcuni giorni fa si è concluso il processo a carico di cinque giovani denunciati nel 2016 per aver danneggiato alcune bandiere di un partito, durante un corteo. Tra di loro il ragazzo accusato di oltraggio a pubblico ufficiale per aver sputato contro un agente di polizia. Tutti e cinque i processati sono stati assolti in considerazione della "particolare tenuità del fatto".
Premesso che siamo da sempre convinti assertori del fatto che in democrazia, la differenza che connota i difensori dello Stato, rispetto agli appartenenti all’antistato, risieda nel rispetto delle leggi e delle prerogative della Magistratura, riteniamo doveroso, a margine della vicenda, spendere alcune considerazioni sui comportamenti antisociali e sul loro trattamento.
Invero, se da un lato, è normale che cambi la valutazione sociale rispetto a comportamenti oggi largamente accettati, ma un tempo considerati passibili di punizioni severe, anche sul piano penale, non si può restare indifferenti rispetto all’aumento esponenziale ed alla diffusione sociale dei fenomeni di bullismo e delle aggressioni in danno di insegnanti, autisti di mezzi pubblici, tassisti, esercenti professioni sanitarie, insegnanti, pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio. Orbene, rispetto a questi fenomeni, non appare accettabile che la valutazione dei comportamenti si fermi alla tenuità materiale del fatto in se, se rapportati ad altri reati di maggiore violenza, e non investa anche la simbolicità e la rilevanza collettiva del bene tutelato dalla norma penale, autorizzando persino il sospetto che la decisione del giudice possa essere influenzata e condizionata, in qualche modo, anche dalle difficoltà organizzative e dalle patologie della filiera della giustizia.
Difatti, non sfugge a nessuno il fatto che, molto spesso, anche il sovraffollamento delle carceri e la difficoltà di rendere effettive misure legislativamente previste, a causa delle carenze organizzative di taluni apparati dello stato, finiscano per influire negativamente sulla effettività di qualsiasi tipo di sanzione (da quella penale a quella fiscale e amministrativa), e sulla immediatezza della sua esecutività. Nel ribadire il rispetto della autonomia della funzione giudiziaria, riteniamo che, in riferimento a determinate fenomenologie antisociali, il quadro normativo debba essere adeguato ai tempi, in modo da poter esprimere valutazioni che prescindano dalle più grandi e complicate questioni logistiche e strategiche che l’amministrazione della Giustizia è costretta ad affrontare.
Nessuno può trascurare l’allarme sociale provocato dalle aggressioni che subiscono gli operatori delle forze dell’ordine e gli addetti a determinate professioni sociali (cosiddette helping profession).
Riteniamo, perciò, non più differibile un intervento in sede legislativa, affinché, ferma restando l’autonomia di giudizio ed il libero convincimento del giudice, il quadro normativo possa offrire punti di riferimento che impongano comunque di irrogare una sanzione adeguata e capace, nella sua esemplarità, di indurre a riflettere sul fatto che determinati comportamenti, oltre che eticamente scorretti, minano alla base le regole democratiche e il vivere civile, e mettono in discussione le Istituzioni.
Non siamo portatori di una concezione adrenalinica della sicurezza, respingiamo le tendenze all’uso eccessivo della custodia cautelare e non asseconderemo mai richieste sociali di indistinta carcerizzazione. Siamo, tuttavia, convinti che molte situazioni possano, comunque, essere gestite non con il carcere, ma con altre misure ugualmente positive e socialmente efficaci, nel senso che, alcuni fatti, anche se materialmente di lieve entità, per il loro valore simbolico e per il bene collettivo tutelato, potrebbero essere sanzionati con misure immediate e a carattere esemplare come ad esempio, la condanna ad un periodo di lavoro socialmente utile.
Sarebbe un modo efficace per diversificare il giudizio e le sanzioni rispetto a comportamenti antisociali che inficiano il senso dello Stato, colpendo il ruolo e le persone di Pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio, medici e addetti alle professioni sanitarie, autisti di mezzi pubblici, e quanti sono attori e interpreti della vita democratica e civile.
Si tratterebbe di introdurre nell’ordinamento la possibilità di applicare provvedimenti capaci di produrre un effetto socioeducativo consistente nella comprensione del valore del rispetto delle regole sociali e della legalità, con conseguente revisione delle condotte devianti. Siamo convinti che sulla base delle esplicitate considerazioni si possa efficacemente coniugare la necessità di tutelare l’autorevolezza e la credibilità delle Istituzioni con l’esigenza di limitare il ricorso alla misura detentiva, con un ritorno evidente in termini di vantaggio sociale sotto il profilo del recupero del soggetto deviante, della riparazione alle vittime, diminuzione delle recidive, incremento della percezione di sicurezza reale e quant’altro. Questo, nel caso in specie, sarebbe anche di ristoro alla dignità di chi, indossando l’uniforme in rappresentanza dello Stato, si e visto destinatario di un gesto deprecabile come quello dello sputo. Ma non solo. Avrebbe anche l’effetto di alimentare lo spirito motivazionale di quanti hanno scelto di servire lo Stato e mettersi a disposizione dei cittadini.
Le chiedo, pertanto, di farsi promotore di un’iniziativa legislativa che codifichi nuove norme capaci di dare una risposta nel senso auspicato, evitando lo sconcerto generale registrato, in merito al fatto che ci occupa, non solo tra gli addetti ai lavori.
Nell’attesa di un cortese riscontro, cordiali saluti.
Roma, 17 novembre 2018 La Segreteria Nazionale












